Artista visivo
Salvatore Bonajuto
Pittura, scultura e installazione tra memoria e materia. Un percorso di ricerca costante che dialoga con lo spazio, il tempo e la forma.

Biografia
Un linguaggio tra tradizione e sperimentazione
Nato a Catania il 18 gennaio 1963, Salvatore Bonajuto mostra interesse e predisposizione all’arte e all’architettura fin da giovane, al tempo del liceo. I suoi interessi si dirigono allora al disegno architettonico, alla ceramica, alla pittura e all’acquarello. La familiarità con i giardini di famiglia e una disposizione attiva e curiosa verso il mondo della natura lo portano a studi di botanica, che troveranno il loro inquadramento nelle Scienze Agrarie, campo in cui si laureerà.
Fra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta del Novecento si dedica a un’intensa attività di studio, ricerca e sperimentazione dei media artistici — in specie carboncino e tecniche pittoriche varie — partecipando a esposizioni collettive. Viene premiato e acquisisce esperienza e notorietà. L’attività architettonica del restauro della Cappella Bonajuto a Catania e la riqualificazione del giardino di Villa Trinità a Mascalucia lo assorbono poi completamente per un lungo periodo. Coltiva comunque tenacemente l’amore per la pittura e per anni organizza laboratori d’arte nel giardino di Villa Trinità, da cui riceve forti stimoli e mediante i quali avvia dialoghi aperti con numerosi artisti intorno alla pittura, alla scultura, all’arte dei giardini e alla land art. Idee e avvia poi una manifestazione green, ormai decennale, intitolata Dove fiorisce la Jacaranda. Si dedica alla riscoperta e valorizzazione della sua terra, anche imprenditorialmente.
Viaggia e studia ed è così che, quasi al termine di una lunga maturazione attraverso molte diverse esperienze creative, riprende a mettere sulla tela ricordi di viaggio prima e immagini che lo impressionano poi. Trova grande soddisfazione nella velocità di esecuzione nell’uso dei colori acrilici su vari supporti: tela, legno, intonaco. Abbandona quasi completamente il pennello per la spatola, con la quale gestisce colori ora liquidi, ora pastosi. In continua sperimentazione sulla tela utilizza diversi materiali, passando dall’acqua al gesso, all’argilla. Molto vicino a quella che viene chiamata action painting, egli ritiene che un semplice gesto veramente consapevole possa creare un momento d’arte e di autentica condivisione.
Tecnica
Il gesto, la spatola, la materia
Pittura, scultura, installazione e tecnica mista: acrilici, bronzo, terracotta, su tela, legno e intonaco. Il pennello lascia quasi del tutto il posto alla spatola, con colori ora liquidi ora fortemente materici, e alla sperimentazione con acqua, gesso e argilla.
Il suo lavoro è vicino alla logica dell’action painting: un gesto veramente consapevole può creare un momento d’arte e di autentica condivisione.
- Pittura
- Scultura
- Installazione
- Tecnica mista
- Acrilici
- Bronzo
- Terracotta
- Foglia oro
Poetica
Natura, memoria, trasformazione
Acqua, fuoco, terra e aria tornano come elementi archetipici attraverso i quali l’artista riflette sulla trasformazione della natura e sul rapporto dell’uomo con essa. Natura e memoria autobiografica tendono a coincidere: pesci e peschiere, ulivi bruciati e palme malate, esplosioni magmatiche, radici, piante e fiori, pavoni e galli, figure femminili, amazzoni e sirene.
L’osservazione precede la pittura. I pesci nascono nel 2020 da una passeggiata in giardino durante il lockdown, quando i gusci che avvolgono i fiori di una palma rivelano una testa appuntita, un corpo affusolato, una coda sfrangiata. Ne seguiranno oltre 105 — carpe koi, anguille, merluzzi, specie di fantasia — un numero scelto per omaggiare i 105 anni del padre dell’artista. Il pesce, simbolo di vita nuova, ci guarda dall’alto: siamo noi a stare nell’acquario, loro sono liberi e in migrazione verso un mondo migliore.
Da questo rovesciamento nasce un’immagine ricorrente: la sfera acquatica sopra quella terrestre, un mondo alla rovescia che non è evasione ma un modo di interrogare l’esistente e di intravedere un corso delle cose migliore. Il giardino, in questo senso, non è soltanto un soggetto ma un microcosmo autobiografico.
Il linguaggio oscilla tra figurazione e astrazione: superfici graffiate e materiche, forme semplificate come affreschi consumati, pigmenti densi e contaminazioni che vanno dall’Impressionismo all’Espressionismo astratto e all’Informale, fino alla ceramica siciliana e alla cultura bizantina della foglia oro. Le figure femminili — amazzoni e sirene — parlano di forza, ferita, sacralità del corpo e resistenza.
Opera e luogo
Opere pensate per lo spazio che le accoglie
Oikos, in greco, è la casa, l’ambiente in cui si vive: la stessa radice da cui nasce la parola ecologia. È il titolo scelto per la mostra al Castello della Contea di Vittoria, e insieme una dichiarazione di poetica: l’opera non arriva in un luogo, nasce dal luogo.
Molte opere nascono infatti dopo il sopralluogo. Il Castello, costruito nel 1607 per volontà di Vittoria Colonna, domina dal suo belvedere la Valle dell’Ippari, un tempo lussureggiante di melograni e agrumeti. Le pietre seicentesche e gli spazi luminosi sembrano fatti apposta per accogliere i colori dei dipinti e le forme delle sculture, evocando il paesaggio primordiale della valle: acque e stagni antichi, radici e grovigli, canne, orzo, canapa e lino.
Al centro, una tela lunga 5,50 metri popolata di pesci variopinti, adagiata a terra a rappresentare il fiume Ippari che scorre sotto il castello. Il fiume porta il nome del pastore che, secondo il mito, amò la ninfa Kamarina: separati da Zeus e morti di crepacuore, furono trasformati dagli dèi in fiume e in lago, perché le loro acque potessero infine ricongiungersi.
Ogni allestimento diventa così un dialogo tra architettura, paesaggio e opera: dipinti e sculture accolgono le memorie del luogo — il fiume, la valle, i giardini di famiglia, la terra siciliana — e restituiscono un invito alla responsabilità verso il paesaggio che abitiamo.
Dai testi per Oikos del Comune di Vittoria — Francesco Aiello e Paolo Monello
Testi critici
Voci sull’artista
La pittura di Bonajuto non descrive: rende immagine ciò che resta sommerso, facendosi congiunzione tra il visibile e ciò che è lontano dalla vista. È un’arte di rinascita e di restaurazione ciclica, in cui natura, memoria e critica dell’esistente appartengono allo stesso gesto.
Nella sua ricerca rivive il lirismo cromatico dell’artista cosmico e ancestrale, quel senso sublime del dialogo tra uomo e natura. Ogni gesto segnico conduce a un viaggio in cui il mito si trasmuta in realtà onirica, e il paesaggio diventa traccia di un vissuto intimo.
Nel lavoro di Bonajuto la materia naturale rivive in una rivisitazione altra: una naturalia che si fa artificialia del nostro tempo, nella tradizione delle wunderkammern europee. Il suo immaginario disegna una nuova geografia dell’essere e dell’esistere, sempre radicata nella terra siciliana.
1963
Nato a Catania, il 18 gennaio
20+
Esposizioni personali e collettive dal 2018
Sicilia
Origine e radice della ricerca